La musica non si piega: a Sanremo la realtà entra comunque, anche quando si tenta di tenerla fuori

C’è un tratto che attraversa da sempre la storia culturale italiana e che la serata inaugurale del Festival ha reso evidente con una chiarezza quasi imbarazzante. Si possono addomesticare i conduttori, si possono anestetizzare i co conduttori, si possono selezionare gli ospiti con la cura di un protocollo diplomatico. Si può perfino costruire un perimetro di prudenza attorno a ogni parola, ogni gesto, ogni possibile deviazione dal copione. Ma non si può annientare l’artista. Non si può cancellare la volontà di chi, salendo su un palco, porta con sé il mondo in cui vive o il mondo da cui proviene. E quando questo accade, nessuna strategia di contenimento regge. La serata di ieri ha mostrato proprio questo. Nelle settimane precedenti si era parlato molto di equilibrio e di attenzione ai toni, come se la neutralità fosse un obiettivo raggiungibile e come se la complessità del presente potesse essere tenuta fuori da un palco che, volente o nolente, è uno specchio del Paese. Chi dirige il Festival, pur non essendo l’ideatore delle restrizioni, ne diventa inevitabilmente il gestore. È lui che deve contenere, smussare, minimizzare, trovare soluzioni che evitino incidenti e che permettano alla macchina di procedere senza scosse. È un ruolo che non garantisce libertà, ma la amministra e la limita. E tuttavia, nonostante questo quadro, gli artisti hanno portato sul palco ciò che volevano portare: la realtà.
Il gesto di Ermal Meta è stato il più evidente. Cantare una ninna nanna con i nomi dei bambini uccisi a Gaza cuciti sull’abito non è un artificio estetico. È un atto civile. La sola presenza di quei nomi, la loro visibilità, la loro irriducibile umanità, è sufficiente a scardinare qualsiasi tentativo di sterilizzare il contesto. Non c’è bisogno di proclami né di discorsi. La memoria, quando entra in scena, non chiede permesso. E la musica, quando decide di farsi memoria, diventa inevitabilmente politica. Un altro momento significativo è stato quello di Gianna Pratesi, centosei anni, testimone del referendum del 1946. La sua presenza richiama la nascita della Repubblica, la scelta democratica, la fine della dittatura. Il fatto che le sia stato chiesto di non esprimersi sul referendum costituzionale di marzo rende ancora più evidente la tensione tra memoria e controllo del presente. Eppure, anche senza parlare dell’attualità, la sua testimonianza ha riportato sul palco la dimensione civile della storia. La memoria non è mai neutra e non può essere addomesticata. Molti altri artisti hanno portato sul palco contenuti che parlano del mondo reale senza bisogno di dichiarazioni esplicite. Nei testi che raccontano identità fluide, relazioni non conformi, corpi che non si piegano alla norma, emerge una libertà di genere che nessuna cautela può contenere. Nelle canzoni che evocano precarietà, solitudine, marginalità, conflitti generazionali, si manifesta una libertà sociale che attraversa la musica come una corrente sotterranea. Nei riferimenti alla pace, alla dignità, alla giustizia, alla memoria, si intravede una libertà politica che non ha bisogno di essere proclamata per essere riconosciuta. Sono linguaggi che sfuggono al controllo perché non sono frontali. Non gridano, ma insinuano. Non proclamano, ma mostrano. E proprio per questo risultano più difficili da contenere. La censura, quando viene evocata o praticata, non produce silenzio. Produce linguaggi nuovi. L’arte non si lascia addomesticare. Trova sempre un varco, un gesto, un simbolo, un dettaglio che sfugge al controllo. E quando un artista decide di portare sul palco un pezzo di mondo, quel mondo entra comunque, anche se non viene nominato. La funzione civile dell’arte non è un ornamento. È una necessità interna al gesto artistico. L’arte ricorda ciò che si vuole dimenticare, nomina ciò che si vuole tacere, mostra ciò che si vuole nascondere. Non è un compito assegnato, ma una responsabilità che nasce dal rapporto tra l’artista e il proprio tempo. E quando un contesto tenta di ridurre l’arte a intrattenimento, l’arte risponde riportando dentro ciò che è stato escluso: la storia, la sofferenza, la memoria, la libertà. È questo che è accaduto ieri. Nonostante le restrizioni, nonostante le pressioni, nonostante la gestione prudente di chi deve evitare incidenti, gli artisti hanno parlato. Hanno parlato con i testi, con i corpi, con i simboli, con la memoria. E hanno ricordato che la libertà artistica non è un lusso. È una forma di resistenza. È una forma di cittadinanza. È una forma di politica, nel senso più alto del termine.

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