Sulmona, il dramma di Luca: costretto a strisciare sulle scale, la battaglia invisibile di un uomo dimenticato
Ci sono storie che dovrebbero togliere il sonno. Storie che nessuna società civile dovrebbe permettere. La vicenda di Luca Ciccarelli, 51 anni, di Sulmona, è una di quelle ferite che colpiscono nel profondo, perché raccontano non solo il dolore di un uomo, ma anche il fallimento di un sistema incapace di proteggere chi è più fragile.
Da sei anni Luca vive una condanna silenziosa.
Costretto sulla sedia a rotelle dopo un incidente sul lavoro, ogni giorno affronta un inferno che si consuma tra le mura di casa sua. Per poter uscire o rientrare nella propria abitazione è costretto a trascinarsi lungo tre piani di scale usando soltanto la forza delle braccia. Gradino dopo gradino. Con il respiro che si spezza. Con il cuore che batte fino a scoppiare. Con il rischio concreto di cadere, farsi male, perdere la vita.
E tutto questo accade nel 2026. In Italia. Nel silenzio generale.
La sua non è una tragedia inevitabile. È una tragedia costruita da omissioni, burocrazia e responsabilità scaricate da un ufficio all’altro.
Nel 2019 sembrava esserci finalmente una speranza. L’Inail concede un contributo per installare un ascensore esterno, indispensabile per garantire a Luca una vita autonoma e dignitosa. Quell’ascensore non rappresentava un lusso. Era libertà. Era la possibilità di sentirsi ancora una persona. Di poter uscire di casa senza umiliarsi. Senza soffrire.
I lavori vengono eseguiti. L’impianto viene montato. Ma dietro quella speranza si nascondeva una beffa atroce.
La ditta incaricata dei lavori, che avrebbe dovuto occuparsi anche della manutenzione e delle pratiche necessarie, sparisce. Poi fallisce. E solo dopo emerge una verità sconcertante: l’ascensore non è mai stato collaudato, non ha matricolazione e mancano migliaia di euro che l’azienda avrebbe dovuto versare.
Da quel momento tutto si ferma.
L’ascensore diventa un simbolo crudele di abbandono. È lì, davanti alla casa di Luca, immobile. Esiste ma non può funzionare. Una struttura muta che ogni giorno ricorda a quell’uomo che la sua dignità è rimasta bloccata tra pratiche burocratiche, carte mancanti e indifferenza.
E mentre gli enti discutono competenze e responsabilità, Luca continua a soffrire.
Continua a salire e scendere le scale trascinandosi con le braccia.
Continua a rischiare la salute.
Continua a vivere prigioniero.
La cosa più dolorosa è che Luca non chiede privilegi. Non chiede soldi. Non chiede compassione. Chiede soltanto di poter vivere come ogni altro cittadino. Chiede il diritto di entrare e uscire dalla propria casa senza mettere a rischio la vita.

La sua vicenda è arrivata ora sul tavolo del prefetto dell’Aquila, Vito Cusumano. Ma il tempo delle attese è finito. Perché qui non si parla di semplici ritardi amministrativi. Qui c’è una persona che da anni vive una sofferenza quotidiana che lascia senza parole.
Le istituzioni hanno il dovere morale, prima ancora che amministrativo, di intervenire immediatamente.
Ogni giorno che passa senza una soluzione è un altro giorno di umiliazione. Un altro giorno in cui un uomo viene lasciato solo a combattere contro scale che per lui diventano muri invalicabili.
E allora questa storia deve diventare un grido collettivo.
Perché la dignità non può aspettare.
Perché nessuno dovrebbe trascinarsi sulle scale per poter sopravvivere.
Perché uno Stato che lascia indietro i più fragili smette di essere uno Stato giusto.
