Mario Ferri, il “Falco” che continua a correre. Ma oggi lo fa anche dove il mondo ha smesso di guardare.
Per milioni di persone sarà sempre “Il Falco”, l’uomo che ha sfidato la sicurezza negli stadi più importanti del mondo, entrando in campo durante Mondiali, finali internazionali e grandi eventi sportivi. Un personaggio che ha fatto il giro del pianeta, spesso utilizzando quella straordinaria visibilità per lanciare messaggi sociali e umanitari.
Le sue corse sui campi di calcio continuano ancora oggi. Ma negli ultimi anni ce n’è un’altra, molto più silenziosa, che racconta davvero chi è Mario Ferri.
È quella che lo porta a migliaia di chilometri da casa, dentro gli orfanotrofi del Kenya, tra i bambini del Vietnam, nelle strade del Bangladesh e fino alle macerie di Gaza.
Una corsa senza telecamere.
Senza applausi.
Senza trofei.
Solo con una valigia piena di aiuti e il desiderio di tendere una mano a chi vive dove la speranza sembra essersi fermata.
Negli ultimi anni Ferri ha trasformato il suo progetto Robin Hood 2.0 in una vera missione umanitaria, visitando alcuni dei luoghi più poveri e difficili del pianeta. Ha attraversato le baraccopoli di Nairobi, entrando in un orfanotrofio che lui stesso ha definito uno dei momenti più dolorosi della sua vita. “Pubblico questo video con le lacrime negli occhi”, ha scritto mostrando letti consumati, stanze minuscole e bambini rimasti senza una famiglia.
In Bangladesh ha camminato tra i vicoli più poveri distribuendo cibo, beni essenziali e piccoli regali. Ma quello che più lo ha colpito, come ha raccontato, non è stata la povertà materiale, bensì gli occhi dei bambini. “I loro occhi parlano”, scrive in uno dei suoi post. Occhi che chiedono poco, ma raccontano tutto.
In Vietnam ha trascorso intere giornate negli orfanotrofi, giocando con i bambini, abbracciandoli e consegnando palloni, giocattoli, vestiti e materiale scolastico. Per lui il dono più grande non è ciò che si consegna, ma il tempo che si dedica a chi, troppo spesso, viene dimenticato.
E poi Gaza. Il viaggio che, probabilmente, lo ha segnato più di ogni altro. Palazzi distrutti, famiglie senza casa, bambini cresciuti tra le macerie. “Quello che ho visto non potrò mai dimenticarlo”, ha raccontato, scegliendo di mostrare non la guerra, ma le persone che la subiscono.
Forse è proprio questa la parte meno conosciuta di Mario Ferri.
L’uomo che continua a correre sui campi di calcio, ma che quando le luci degli stadi si spengono sceglie di correre anche verso chi nessuno vede.
Perché, alla fine, la sua invasione di campo più importante non è quella che interrompe una partita.
È quella che entra nella vita di un bambino e gli ricorda che, da qualche parte nel mondo, qualcuno non si è dimenticato di lui.
