Ceuta, mentre i potenti giocano ai soldatini

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A Ceuta il mare non è soltanto mare. È una frontiera liquida, una distanza breve sulle carte geografiche e smisurata nella vita di chi tenta di attraversarla. È speranza per chi guarda verso l’Europa e paura per chi, dall’altra riva, vede il proprio mondo improvvisamente mutare. In questi giorni quelle acque hanno restituito corpi, nomi sconosciuti, sogni interrotti. Sulla terraferma restano migliaia di persone senza riparo e una città che vive nell’incertezza, sospesa tra il bisogno di sicurezza e il timore di essere stata abbandonata.
L’ondata migratoria cominciata il 30 luglio ha condotto nell’enclave spagnola decine di migliaia di persone. Le cifre continuano a cambiare e il bilancio rimane provvisorio, ma le stime più recenti parlano di circa 72.000 attraversamenti e di almeno 96 morti. La maggior parte dei migranti è tornata in Marocco; migliaia sarebbero ancora presenti nella città. Tra loro ci sono molti minori non accompagnati: adolescenti che avrebbero diritto a una scuola, a una casa e a qualcuno che pronunci il loro nome con affetto, ma che si ritrovano invece a nascondersi nelle strade, temendo il rimpatrio e l’invisibilità.
I numeri sono necessari per comprendere le dimensioni della tragedia, ma possiedono una crudeltà silenziosa: trasformano le persone in quantità. Settantaduemila non è soltanto una cifra. Sono settantaduemila storie, settantaduemila paure, settantaduemila diverse ragioni per partire. Anche i morti rischiano di diventare un totale aggiornato in fondo a un articolo. Eppure ciascuno di loro era stato atteso alla nascita, aveva conosciuto una voce materna, aveva desiderato qualcosa. Nessuno nasce migrante, clandestino o problema di ordine pubblico. Si nasce esseri umani; sono la storia, la fame, le guerre, le ingiustizie e talvolta le menzogne degli uomini a trasformare un’esistenza in una fuga.
Ma raccontare la sofferenza di chi arriva non significa ignorare quella di chi vive a Ceuta. La città conta circa 85.000 abitanti e ha visto giungere, in pochissimo tempo, una moltitudine quasi equivalente alla propria popolazione. Nessuna comunità potrebbe sopportare un simile urto senza smarrimento. Le famiglie hanno paura, i commercianti temono per il proprio lavoro, i servizi pubblici sono sotto pressione e molti cittadini avvertono la dolorosa sensazione di essere stati lasciati soli davanti a una crisi immensamente più grande di loro.
Non bisogna disprezzare questa paura, ma comprenderla. Chiedere sicurezza non è una colpa. Volere strade tranquille e istituzioni presenti non significa necessariamente odiare chi arriva. La paura diventa pericolosa quando viene coltivata, manipolata e trasformata in rancore; quando qualcuno le offre un volto da colpire invece di una soluzione. Ed è proprio qui che intervengono i professionisti della divisione: coloro che convincono il povero arrivato dal mare e il cittadino impaurito di essere nemici, mentre entrambi stanno pagando il prezzo di decisioni prese altrove.
Da una parte operano reti criminali che commerciano nella disperazione. Vendono partenze come se vendessero biglietti verso il futuro, diffondono promesse false, sfruttano le illusioni dei più giovani e affidano vite fragili alla corrente. Non vedono persone, ma denaro; non ascoltano suppliche, ma calcolano profitti. Ogni corpo restituito dal mare è anche l’atto d’accusa contro un’economia criminale che prospera perché il mondo tollera che la speranza diventi merce.
Dall’altra parte ci sono governi che si accusano, si minacciano e misurano la propria forza sulle frontiere. Parlano di sovranità, sicurezza nazionale e integrità territoriale. Sono questioni reali, che nessuno Stato può ignorare. Ma diventano moralmente intollerabili quando gli esseri umani vengono usati come strumenti di pressione diplomatica, pedine spostate su una scacchiera, armi senza uniforme in una contesa tra poteri.
Mentre i potenti giocano ai soldatini, qualcun altro raccoglie i morti. Mentre si innalzano bandiere e si pronunciano discorsi solenni, una madre aspetta una telefonata che forse non arriverà. Un ragazzo dorme nascosto. Una famiglia di Ceuta chiude le finestre e si domanda che cosa accadrà il giorno seguente. La politica discute il confine; le persone ne portano le ferite.
Non esiste una bandiera capace di asciugare i vestiti di chi è appena uscito dal mare. Non esiste un proclama che restituisca il sonno a chi vive nella paura. La sovranità appartiene al diritto e alla storia; la salvezza di una vita appartiene a un dovere più antico, precedente a ogni frontiera. Prima di essere marocchini, spagnoli, europei o africani, siamo creature esposte alla stessa possibilità del dolore.
Essere dalla parte dell’umanità non significa rinunciare alle regole. Uno Stato ha il dovere di controllare il proprio territorio, identificare chi entra, contrastare i reati e proteggere i cittadini. Ma la sicurezza non può diventare sinonimo di crudeltà, così come l’accoglienza non può ridursi all’abbandono. Lasciare migliaia di persone senza assistenza non è solidarietà; lasciare una città sola davanti all’emergenza non è governo; respingere senza distinguere storie e diritti non è giustizia.
Servono procedure ordinate, strutture dignitose, protezione per i minori e rimpatri condotti nel rispetto della legge. Servono indagini capaci di raggiungere non soltanto gli ultimi intermediari, ma i vertici delle organizzazioni criminali e i loro patrimoni. Occorre contrastare la disinformazione che circola sulle reti sociali, dove false promesse possono trasformarsi in condanne a morte. E serve una responsabilità internazionale che impedisca agli Stati di scaricare gli uni sugli altri il peso delle proprie omissioni.
Il crimine di Ceuta non è l’esistenza del migrante, né la paura del cittadino. Il crimine è il sistema che sfrutta entrambi: che vende al primo un’illusione e al secondo un nemico; che lascia morire gli esseri umani e poi usa i loro corpi come argomenti; che trasforma la sofferenza in propaganda, la frontiera in teatro e l’emergenza in occasione di consenso.
Non siamo obbligati a scegliere tra chi arriva e chi abita. Questa scelta è l’inganno su cui prosperano la criminalità e la cattiva politica. Possiamo stare dalla parte di chi fugge senza abbandonare chi accoglie l’urto della crisi; difendere la sicurezza senza rinnegare la compassione; chiedere regole senza smettere di riconoscere un volto umano oltre ogni documento.
La vera frontiera non separa l’Africa dall’Europa. Attraversa la coscienza di ciascuno di noi. Da una parte c’è chi considera la vita un valore assoluto; dall’altra chi la usa come strumento di profitto, potere o propaganda.
Ceuta ci domanda da quale parte vogliamo stare. Non sotto una bandiera politica, non dietro uno slogan, ma davanti all’essere umano. Perché quando il mare restituisce un corpo, quando un ragazzo dorme solo e quando una famiglia vive chiusa nella paura, non esistono più destra e sinistra, vincitori e vinti, stranieri e cittadini. Esiste soltanto l’umanità ferita che bussa alla porta della nostra coscienza e ci chiede, ancora una volta, di non voltarci dall’altra parte.

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