Marocco, il dolore fuori dallo stadio: Falco cerca la verità sui cani randagi

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Il boato di uno stadio può coprire molti rumori. Non dovrebbe coprire il dolore. Mentre il Marocco si prepara a ospitare i Mondiali di calcio del 2030 insieme a Spagna e Portogallo, una domanda chiede spazio tra i preparativi della grande festa: che cosa sta accadendo ai cani randagi del Paese? Le organizzazioni animaliste denunciano animali uccisi, avvelenati, catturati e portati via. La International Animal Welfare Protection Coalition ha segnalato nuovi presunti episodi anche nel 2026, chiedendo alla FIFA di intervenire. Dietro queste denunce, ancora da verificare in modo indipendente, c’è una sofferenza che merita ascolto. Chi ha conosciuto un cane sa quanto poco possa bastare a conquistare la sua fiducia: una ciotola appoggiata a terra, una mano che si avvicina lentamente, la pazienza di aspettare che la paura passi. Un animale abituato a difendersi può impiegare giorni per lasciarsi accarezzare. E quando finalmente si avvicina, affida la propria sicurezza a quel gesto. È questa fragilità a rendere così dolorosi i racconti delle violenze. Un cane randagio sente fame, freddo, paura e dolore. Può avere imparato dove trovare acqua, sotto quale riparo dormire, quale persona gli lascerà qualcosa da mangiare. La sua vita è fatta anche di questi piccoli punti di riferimento. Per un volontario che torna a cercarlo e non lo trova più, resta un’assenza concreta: la ciotola intatta, il posto vuoto, l’incertezza di non sapere che cosa sia successo. Le autorità marocchine respingono l’accusa di una campagna sistematica di uccisioni legata ai Mondiali e dichiarano di puntare su cattura, sterilizzazione, vaccinazione e reintroduzione degli animali. Associated Press ha riferito di circa 23 milioni di dollari spesi dal governo marocchino per centri e programmi di gestione del randagismo; le fonti consultate non documentano finanziamenti FIFA destinati a questi interventi né una sottrazione dei fondi. Tra le rassicurazioni ufficiali e le denunce delle associazioni rimangono domande che richiedono risposte, soprattutto sul destino degli animali catturati. È su questa realtà che Mario Ferri, conosciuto come “Falco”, intende indagare in Marocco, partendo dai contatti sul territorio, dalle strade e dall’ascolto di chi si occupa dei cani. Il percorso dipenderà da ciò che troverà, dalle testimonianze che potrà raccogliere e dai riscontri disponibili. Independent TV e Tele Montecarlo seguiranno gli sviluppi della sua ricerca per raccontarli ai propri lettori e telespettatori. Al suo ritorno, il programma FIERI sarà un’occasione per ascoltare dalla sua voce ciò che avrà visto, approfondire quanto emerso e dare spazio alle storie incontrate lungo il viaggio. Prima di allora, resta il dovere di porre domande precise: dove vengono portati i cani? In quali condizioni sono custoditi? Quanti vengono curati, sterilizzati e rimessi in libertà? La sicurezza delle persone e la prevenzione della rabbia richiedono interventi seri; l’Organizzazione mondiale della sanità animale ricorda che gli abbattimenti indiscriminati sono inefficaci e possono essere controproducenti nel contrasto alla malattia. Chiedere rispetto per questi animali significa chiedere che si adottino soluzioni capaci di proteggere anche le comunità in cui vivono. Significa riconoscere il lavoro di chi li cura, spesso con poche risorse, e pretendere chiarezza laddove vengono denunciate violenze. Le immagini di un animale ferito possono commuoverci per un istante, poi lo schermo scorre e arriva altro. Questa storia chiede di fermarsi un poco di più. Di pensare a quanto dipenda da noi la sorte di un essere vivente che non può spiegare il proprio dolore, cercare aiuto da solo o raccontare quello che ha subito. Mario cercherà risposte sul campo; noi seguiremo ciò che emergerà, con attenzione e con il desiderio di farlo conoscere. Quando ce ne parlerà a FIERI, vorremmo poter raccontare anche le cure, i salvataggi, gli impegni mantenuti. Vorremmo sapere che, dietro almeno una di quelle assenze, c’è un cane al sicuro. Perché una ciotola rimasta piena può sembrare una cosa piccola. Per chi aspettava di veder tornare quel cane, è tutto.

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